Franco Biondi Santi, un gentiluomo

Era un gentiluomo d’altri tempi, Franco Biondi Santi, il patriarca del Brunello di Montalcino morto a 91 anni. “Questa è la mia terra” non è solo il titolo del libro-ritratto, pubblicato tre anni fa da Maurizio Boldrini e Andrea Cappelli, che riecheggia una canzone del 1940 di Woody Guthrie. E’ il pensiero a cui Biondi Santi è stato fedele tutta la vita. Un paio d’anni un incidente domestico lo aveva indebolito, ma non aveva mai smesso di parlare delle sue radici, dell’attaccamento alla azienda (“Sono nato qui, quasi in cantina”) alle tradizioni, all’ortodossia del vino. Era stata la sua famiglia a creare il Brunello, selezionando il clone di Sangiovese che costituisce il solo ingrediente di uno dei vini portabandiera d’Italia.

Franco Biondi Santi si è sempre battuto per mantenere inalterata la “ricetta” di un successo mondiale che ha cambiato la vita e la storia di Montalcino. Il percorso vinicolo della sua famiglia inizia nel 1867, quando un Moscadello prodotto da Clemente Santi ottenne una menzione d’onore all’Esposizione Universale di Parigi. Dopo la prima guerra mondiale, i vigneti vennero rimessi in sesto da Ferruccio Biondi Santi, il nonno, che ideò il nuovo vino. Nel 1932 la prima spedizione del Brunello in America.  Il giovane Franco seguiva il padre Tancredi nei rari viaggi di lavoro. “Purtroppo nessuno di noi due parlava inglese e lui solo un po’ di francese – ha raccontato – . Ma allora era per noi un mercato piccolo, visto che facevamo appena 15 mila bottiglie. Inoltre, la  filosofia di papà era chiara: “Produciamo poco vino, chi lo vuole ce lo cerca!”".
Con il suo bastone, il colbacco, i lunghi cappotti e l’eloquio pacato, Franco Biondi Santi aveva una istintiva avversione per i cambiamenti che potevano snaturare il suo vino. Non ha mai seguito la moda delle barriques, le botti da 225 litri che per anni hanno conquistato i vignaioli d’Italia (“Noi non ne abbiamo bisogno, la nostra terra rende già grande il vino”, ripeteva a ogni incontro). Continuava ad usare le grandi botti acquistate dal nonno alla fine dell’Ottocento. I suoi vini sono di una straordinaria longevità. Testimoniata dal rito della ricomaltura: alla presenza di un notaio le vecchie bottiglie vengono riportate in cantina dai clienti, stappate e riempite con il vino della stessa annata. Tra le sue Riserve è rimasta mitica quella del 1955, definita da Wine Spectator uno dei dodici vini migliori del secolo. Come raccontava Biondi Santi, quella Riserva era piaciuta anche a Frank Sinatra al punto che il cantante prenotò  un posto in più in aereo per trasportarne una cassa con lui negli Stati Uniti. Nel 1994 Decanter assegnò 10/10 (la perfezione) al Brunello Biondi Santi del 1891, che allora aveva 103 anni.
Ogni tanto il Grande Vecchio del Brunello si lasciava andare a commenti non entusiasti sul mondo che lo circondava: “La mia famiglia ha fatto molto per Montalcino, ma non mi aspetto riconoscenza da nessuno”. Con misura ed eleganza ha aumentato da 4 a 25 gli ettari della sua azienda, il Greppo. Non si mai tirato indietro nella difesa della sua terra, come quando si schierò  contro una discarica che minacciava le viti o quando difese la purezza del Brunello da chi voleva cambiare il disciplinare. “È scomparso uno dei simboli della qualità e dell’eccellenza del vino italiano nel mondo, sicuramente uno dei più importanti artefici del successo del Brunello di Montalcino a livello internazionale”, ha commentato Fabrizio Bindocci, il presidente del Consorzio del Brunello, rendendo l’ultimo omaggio al gentiluomo del vino.
Luciano Ferr

http://divini.corriere.it/2013/04/08/franco-biondi-santi-un-gentiluomo/

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